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Il mio viaggio nel mondo delle piante.

Mi chiamo Maura, ho 36 anni e sono Pugliese, sulla coscia destra ho un tatuaggio (ne ho tanti, ma questo e’ il più importante per me) e’ un veliero, con le vele strappate ma che continua a navigare, e c’e’ una frase che dice “non rinnego le mie radici”.

Sono scappata dalla mia città (Monopoli) a 18 anni, in questo momento scrivo dal mio

appartamento a due passi dal mare, a Monopoli, 18 anni dopo.

In adolescenza mi sentivo fuori luogo qui, stretta in una mentalità troppo chiusa, isolata dal resto

del mondo.

A 16 anni partecipai ad un programma di scambio per studiare all’estero, ai colloqui c’erano tanti

ragazzi della mia eta’ che sognavano di studiare in Francia, Inghilterra, Spagna, America; si

potevano selezionare 4 paesi: io scelsi Svezia, Norvegia, Finlandia e Islanda.

Ero fuori dal coro anche in quella circostanza, e non accettarono la mia richiesta perché le mete

erano “troppo particolari”.

Qualche anno dopo, riuscì a coronare il mio sogno di visitare la Scandinavia, e parti’ con un

gruppo di amici in macchina (avevo paura di volare) da Milano. Prima tappa l’Austria, poi tutta la

Germania, fino a nord, Rostock, per prendere un traghetto per Trelleborg, Svezia. Avevo 19 anni e

dissi “voglio vivere qui”.

In effetti qualche anno dopo, stanca della vita frenetica di Londra, presi un aereo per Stoccolma e

una nave per Gotland, un’isola a sud est della Svezia, dove vivevano alcune mie amiche; Visby: la

città di Pippi Calzelunghe. Un sogno che diventava realtà.

La rompighiaccio che mi porto’ a Visby nel Febbraio del 2005 navigava piano nel Mar Baltico, il

vento sul ponte gelava le lacrime agli occhi, e guardando in basso pensai “ qui se cadi, muori

prima di gridare aiuto”.

Il mare si rompeva al passaggio della nave e i blocchi di ghiaccio si ricompattavano subito dopo. Io che ero abituata solo agli inverni Pugliesi, tremavo di gioia perché sentivo che ero davvero e

finalmente in un posto diverso.

A Visby, capi’ cosa vuol dire il cambio di stagione; verso meta’ Maggio improvvisamente la neve si scioglieva e dalla notte al mattino si vedevano spuntare i fiori, le foglie sugli alberi e tutto ciò che era coperto di bianco si tingeva di verde.

Verde, come i campi delle campagne Pugliesi che gia’ fremono a Marzo, con gli Ossalidi in fiore i

Papaveri e le Margherite. I prati delle scampagnate di Pasquetta e del 25 Aprile. Verde, come le

piante che riempivano i corridoi di casa mia, quando ero piccola; e mia madre sgridava me e mio

fratello, perché correndo rovinavamo le foglie.

“Le pianteee” gridava mia madre, e io pensavo: “ non ci si può muovere in questa casa, in ogni

angolo c’è una pianta!”

Avevo un albero di Acacia, nel giardino della mia casa d’infanzia; l’Acacia e’ come una Mimosa,

ma fa fiori più grandi. Aveva un tronco talmente grosso, che mi ci arrampicavo e mi nascondevo

quando volevo stare sola.


Il cemento di Milano.

Quando ho visitato Milano per la prima volta, capi’ che ero in una città uscendo dalla scala mobile della metro rossa, fermata: Duomo. Il Duomo di Milano. Era enorme, e faceva freddo. Ma non come a Visby. Un freddo freddo. Tantissime persone di fretta, nessuno che si ferma a darti

indicazioni. Quante volte mi sono persa a Milano…

Avevo 20 anni e pensavo di riuscire a sopportare il cemento freddo della città. Ma quello che

ricordo con gioia di Milano, e’ il profumo dei Tigli in fiore, all’inizio dell’estate, le giornate lunghe, i

barbecue allo skatepark di Lambrate.


Los Angeles e i viali viola.

Il primo volo lungo della mia vita, e’ stato nel Maggio 2013, più di 10 anni dopo aver rinunciato alla comodità di un volo per Goteborg, preferendo 2 giorni di macchina.

Prima di Los Angeles, credo di aver volato decine e decine di volte, e tutte le volte con un brivido

lungo la schiena, la mano sudata stretta a chiunque avessi di fianco, le lacrime agli occhi al

decollo.

Messo piede sul 747 Roma-Boston, posto 18K, dopo non aver chiuso occhi per giorni e giorni in

preda all’ansia e mi sono detta: “se supero questa, supero tutto”

Dopo 16 ore di viaggio, uno scalo e molte ore di fuso orario, Los Angeles era un paradiso di alberi

viola. Ci sono molte cose che puoi ricordare di Los Angeles: l’oceano, gli skater a Venice Beach, la

nebbia tutte le mattina, le porzioni enormi dei ristoranti. Io ricordo infiniti viali di alberi viola, la

Jacaranda.


I parchi di New York

Quando a Giugno del 2014 sono atterrata senza problemi e dopo aver dormito per tutto il volo al

JFK di New York, ero emozionata, ma non avevo grandi aspettative come quando sono andata in

California. Per me, per il mio background musicale/culturale, la California era il sogno Americano.

A dirla tutta, oggi, la California salvo qualche piccolo centro come Santa Barbara e qualche

quartiere di San Francisco, non e’ sto gran che. L’avevo sognata filtrata dai video delle band punk

rock, e dai video di skate degli anni 90. Ma tutto sommato l’ho trovata un po’ deludente. Molto

artefatta.

New York non e’ mai stata nella mia top list di luoghi da visitare, c’e’ sempre stato prima il

Canada, l’Islanda, la Norvegia.

E come nelle più belle storie d’amore, quando meno te l’aspetti, arriva il colpo di fulmine. New

York, ma in particolare Washington Square Park, mi rimarrà sempre nel cuore. Un pomeriggio off dal lavoro, sdraiata su una panchina del parco all’ombra degli alberi, un pianoforte a coda tra le panchine, un musicista che suonava, e io che chiudevo gli occhi con la testa sulle gambe di

Samuele. E lui sorrideva.

Il sorriso più bello che abbia mai visto, gli anni più felici della mia vita.

Con la valigia sempre fatta, e piani di viaggio mensili. Londra, Bruxelles, Parigi, Madrid, New York, Los Angeles, San Francisco, Las Vegas (posto orribile, d’altronde e’ nel deserto, ma non il deserto bello, il deserto caldo e basta) e poi Amsterdam, Berlino, Amburgo. Ma Berlino non ha un centro! Andiamo in centro a Berlino? Non si può, non esiste. A Berlino si cammina ore e ore per cercare Berlino. Poi dopo una settimana capisci che Berlino non va visitata, ma vissuta.

Tornare a casa, con il cane che scodinzola, e le piante morte sul balcone.

Ci ho provato, ci ho provato mille volte a far crescere le piante sul balcone. “Non fa per me”

pensavo. “Chissà che direbbe mia madre, o mio nonno, che coltiva piante da sempre… sono

proprio la pecora nera della famiglia”

Ho ucciso dei cactus.

Quando ti identifichi come “Pollice Nero” si dice sempre questa frase: “si figurati, uccido persino i

cactus” (Poi ho scoperto che le piante muoiono più facilmente per troppa acqua che per poca)

E’ come viaggiare, andare sempre al mare, e dire : ”non mi piace viaggiare!”

Hai mai provato la montagna? Magari il lago? O forse le città.

Bisogna capire cosa ci piace, bisogna capire cosa ci rende felici.

Il mio viaggio nel mondo delle piante, e’ iniziato con i miei compleanni. Ogni il 13 Ottobre, Samuele mi regalava una pianta. Una Bromelia, un’ Astrophitum Crestato (il cactus morto di cui sopra) una Zamioculcas, Orchidee Phalenopsis a volontà.

Sistematicamente, morivano tutte, chi prima chi dopo.




Poi sono arrivate le peonie, sognavo grandissime peonie sul balcone; ma il clima di Orbetello

andava proprio in conflitto con le peonie. Ma io mi ostinavo.

Come andare sempre al mare quando si ama la montagna.

Io, la pugliese che ama la montagna e la neve.


Firenze - L’Olanda e la Monstera.

Tre anni fa, ci siamo trasferiti a Firenze. Una casa soppalcata in Via de Neri.

Le finestre alte, una bellissima luce. Ci riprovo con le piante, la casa e’ piccola non c’e’ spazio per

molti mobili, ma le piante arredano. Da Orbetello ho portato via un’orchidea e una Sansevieria

Trifasciata (regalo di mia madre) dopo pochi mesi a Firenze l’orchidea e’ morta, e la Sansevieria

era sul punto di lasciarmi. Le sansevieria sono le tipiche piante da ufficio, o da ingresso degli

alberghi. Puoi non annaffiarle mai, loro vivono felici. Eppure la mia era mezza morta. Troppa

acqua? Poca acqua? Troppa luce? Poca luce? Non ci si capisce nulla.

A Firenze c’e’ uno degli Orti Botanici più antichi del mondo: Il giardino dei Semplici.

Ma a Firenze c’e’ il David, c’e’ Santa Croce e Ponte Vecchio, c’e’ Piazza della Signoria. Gli Uffizi.

Gli Uffizi con la Venere di Botticelli.

Chi e’ che va a visitare un Orto Botanico, anche se e’ uno dei più antichi del mondo?

Io, che ho passato più tempo in quelle serre che agli Uffizi. E che Botticelli non me ne voglia.

Esiste un mondo fatto di persone che amano le piante, che guardano i film e vedono, e citano tutte le specie che riconoscono nelle immagini, perdendosi inevitabilmente la trama.

Un mondo di persone che si chiamano “Plant-Parents” che viaggia per visitare i giardini botanici, o i paradisi tropicali, ma non per il mare; per le foreste, per le specie rare indigene che puoi vedere solo li, nei loro luoghi d’origine.

Ho un’amica Olandese che e’ andata in Costa Rica per vedere le piante, in Ecuador, nelle foreste

del Borneo. Avreste mai detto che c’e’ gente che viaggia, per guardare le piante nei loro habitat

naturali?

Un tempo lo facevano i botanici, come Linneo o gli esploratori come James Cook.

Viaggiavano e portavano da luoghi remoti testimonianze di cose mai viste in Europa. Sembra

assurdo e tutto si incastra come uno strano puzzle della mia vita, ma fu proprio James Cook a

portare in Europa la prima testimonianza dell’esistenza dei tatuaggi da un viaggio nella Polinesia.

I viaggi, i tatuaggi, le piante, le mie radici.

Tutto torna.

Dopo esserci trasferiti in una casa più grande, e in seguito al mio 34esimo compleanno (quindi di

nuovo una pianta, questa volta una Yucca) ho iniziato a collezionarle.

Come con i tatuaggi, quando inizi e ti appassioni non ti fermi più. Come con i viaggi, solo che porti

pezzi di Giungla , altopiani Sud Americani e foreste pluviali Asiatiche in casa. E il guaio e’ che

cerchi anche di riprodurne il clima!

Oggi ho circa 100 specie di piante tropicali rare o insolite, in ogni angolo della mia casa e spesso

mi trovo a strillare ai miei malcapitati ospiti: “Attenti alle pianteeee” quando si aggirano incauti nel mio monolocale sul mare.

Ho fondato un hashtag e una pagina di Instagram (@Italianplantcommunity) per scambiare

opinioni ed esperienze con altri appassionati come me, e vi assicuro che questo e’ uno dei viaggi

più entusiasmanti che sto affrontando.



Riuscite ad indovinare la mia prossima meta? (rigorosamente dopo L’Islanda la Norvegia e il Canada)


Articolo scritto da Maura


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